Dal patto di Londra alla pace di Roma : documenti della politica che non fu fatta
Dettaglio del libro Dal patto di Londra alla pace di Roma : documenti della politica che non fu fatta

Dal patto di Londra alla pace di Roma : documenti della politica che non fu fatta
- Autore
- Salvemini, Gaetano
- Editore
- Piero Gobetti, Torino
- Lingua
- Italiano
- Prima edizione
- 1925
- Pagine
- 360
Note
La digitalizzazione è stata possibile grazie a Giovanna Dolcetti Papafava che ha fornito il libro
Il libro, dopo il lungo saggio iniziale "La diplomazia italiana nella Grande Guerra", originale, contiene 41 scritti pubblicati tra il marzo 1915 e il novembre 1920; 36 di essi uscirono su «l'Unità» e appaiono nel libro nella versione originale, non mutilata dalla censura, o estesa.
Gaetano Salvemini (Molfetta, 1873 - Sorrento, 1957) è stato storico e uomo politico. Dopo aver insegnato nella scuola media e al Liceo, divenne professore universitario prima a Messina (1902) poi a Pisa (1910) e a Firenze (1916), realizzando per esempio importanti lavori sul medioevo e la rivoluzione francese, della quale analizzò i conflitti sociali che ne erano alla radice. Iscritto al PSI e collaboratore dal 1897 della rivista «Critica sociale», approfondì lo studio sul nesso tra socialismo e questione meridionale, sostenendo il federalismo e criticando la tendenza al protezionismo operaio settentrionale. Già nel 1911 uscì però dal Psi e fondò con Antonio De Viti De Marco il settimanale «l’Unità» per continuare la battaglia antiprotezionistica e la denuncia del corporativismo del riformismo socialista. Interventista nella guerra 1915-18, cui partecipò come volontario, fu deputato nel 1919. Nel 1925, insieme ai fratelli Rosselli, fondò «Non mollare», il primo giornale clandestino antifascista: arrestato, espatriò in Francia, dove nel 1929 fu tra i fondatori di Giustizia e Libertà, e poi negli Stati Uniti, dove dal 1933 insegnò Storia della civiltà italiana alla Harvard University. Rientrato in patria, nel 1948 fu reintegrato nella cattedra di Firenze, continuando a battersi per quello in cui aveva sempre creduto, per un riformismo democratico e contro lo statalismo Negli ultimi anni finì forse per scontare agli occhi della maggior parte della sinistra italiana, quella coerenza che nel , lo portò quasi solitario a controbattere ad un'acritica apologia dell'URSS sottolineando la differenza radicale tra società borghesi aperte al "soffio della libertà" e Stati totalitari, di diversa coloritura ideologica, ma tutti costituzionalmente liberticidi; non si poteva "protestare contro la Gestapo e l’Ovra", i lager e le isole fasciste, dimenticando l’attività della polizia politica sovietica e l'esistenza della Siberia.
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